Una fiera di vini naturali è sempre una bella occasione non solo per degustare, ma anche per scambiare idee ed opinioni con chi lavora la terra e fa il vino in prima persona.
Il Salone Internazionale del Vino Artigianale Live Wine, tenutosi a Milano dal 21 al 23 Febbraio 2015, non fa eccezione in questo senso.
Sabato 21 ero presente ed ho potuto così parlare con diverse vignaiole e vignaioli appassionati del proprio lavoro. A differenza di tanti “enofili” od operatori del settore, sul mio taccuino color vinaccia non ho annotato i sentori dei vari vini (che comunque ho degustato con estremo interesse e piacere), bensì alcuni appunti riguardanti due domande che mi ero riproposto di chiedere.
1. Definite i vostri vini “naturali”? Se sì, cosa intendete con questo termine?
2. Avete la certificazione biologica? Perché?
Ho intervistato una quindicina di produttori ed è ovviamente un campione troppo piccolo per essere rappresentativo. Tuttavia, desidero condividere una sintesi delle principali risposte che ho avuto, per alimentare la riflessione comune.
Quanto alla prima domanda, tutti concordano nel sostenere che la strada più “naturale” per fare vini è quella di non usare prodotti chimici di sintesi in vigna e in cantina, limitare al massimo i trattamenti con rame e zolfo e usare meno solforosa possibile. Questa metodologia è la “base”, potremmo dire, da cui partire per poi giungere a più o meno elevati livelli di virtuosità.
Parliamo quindi di “naturale” nel senso di rispetto per la salute dell’ambiente e della persona, non certo del fatto che il vino sia un prodotto della natura: la mano dell’uomo c’è e ci deve essere.
Sulla certificazione biologica (secondo la normativa europea), ho sentito pareri diversi, che muovono però da una constatazione comune: troppa burocrazia. Il tempo che i vignaioli dedicano a compilare carte è ancora eccessivo e a volte non giustificato. Da qui, alcuni sono certificati poiché lavorano molto con paesi esteri nei quali la certificazione è imprescindibile, o perché sono convinti della validità dello strumento; altri non lo sono e non vogliono esserlo per scelta di posizione, ritenendo che i propri vini non abbiano bisogno di etichette in più per dimostrare il proprio valore; altri ancora sono certificati ma non lo indicano in etichetta (con la nota fogliolina verde) perché non intendono legare l’immagine della propria azienda al solo aspetto del “biologico”.
Da queste considerazioni, emerge un quadro di opinioni ancora molto frammentato sia per quanto riguarda il concetto di naturalità (ed è comprensibile, vista la sua vaghezza), sia nell’ambito della certificazione biologica (a causa di una legislazione non del tutto adeguata).
Resta comunque il fatto che la consapevolezza dell’importanza di produrre in modo rispettoso della natura è, secondo la mia opinione, in forte crescita, di pari passo con l’interesse del pubblico per questo tipo di vini (al punto che, dopo alcune ore, non ho più potuto continuare con le mie “interviste” tale era l’affollamento ai tavoli…).
Alberto Rossi



Da appassionato di vino mi sono accostato solo da poco tempo in maniera critica a questo mondo. Da sempre attento alle tematiche ambientali però devo dire che l’analisi sopra riportata non fa una piega. Una legislazione troppo farraginosa e oltre a demoralizzare i produttori, da anche adito a speculazioni non solo economiche ma anche culturali sulla produzione di vini biologici o biodinamici.
Frequentando da qualche mese il corso di sommelier, sto riscontrando molta diffidenza e qualunquismo verso il mondo della coltivazione Biologica.
Eppure quella è la strada obbligatoria da seguire per un futuro, ed un presente, sostenibile. In presenza o meno della fogliolina verde.